giovedì 31 dicembre 2015

31 Dicembre 2015

Ho pensato per giorni cosa mi sarebbe piaciuto dire nell'ultimo post del 2015, mi piaceva l'idea di un contenuto particolare, magari di ringraziamento a tutte le persone che ho incontrato quest'anno e  tutte le ragazze che ho fotografato. Ma sarebbe davvero riduttivo. 
Alcuni sguardi, certi abbracci, tutte le discussioni, le lunghe telefonate, quei gesti che hanno fatto la differenza per quanto banali e apparentemente insignificanti, la condivisione e il sentirsi connessi, mi scorrono veloci davanti agli occhi, mi fanno sorridere e mi emozionano, mi fanno riflettere e sentire fortunata.
Non si tratta solo di fotografia, anche se nella mia vita adesso è tutto strettamente collegato a lei.
In questo cammino si è intrecciata spesso con le persone che abbiamo incontrato e i posti che abbiamo visitato e alla fine sento di aver dato il massimo, di essermi immersa completamente in ogni situazione, cercando di trarre da ognuna di queste un ricordo positivo.
Così continuerò a fare, nonostante le difficoltà, le delusioni, gli errori.
Lo scritto con cui chiudo questo post è tratto da un'intervista di Sheila Turner-Seed a Henri Cartier-Bresson. 
Un amico me l'ha inviato qualche giorno fa e da allora l'ho letto così tante volte da saperlo quasi a memoria.
Lo voglio dedicare a chi come lui, come me e i miei più cari amici, crede nonostante le avversità, che l'amore non sia mai uno spreco di tempo o di energie, in qualunque forma esso si manifesti.
Che il 2016 sia l'anno in cui possiate trovare quello che state cercando, lo auguro a tutti.

Un viaggio di trent’anni…devi dimenticare te stesso. Devi essere te stesso, dimenticarti e immergerti del tutto in quello che stai facendo perché l’immagine acquisti forza… Senza riflettere. Le idee son pericolose. Bisogna riflettere di continuo, ma quando si fotografa non si cerca di presentare un’argomentazione o dimostrare una tesi. Non c’è niente da dimostrare. La fotografia viene da sola. Non è un mezzo di propaganda, ma un modo di gridare quello che senti. Si può paragonare alla differenza tra un libello di propaganda e un romanzo. Il romanzo deve passare per tutti i canali nervosi, per l’immaginazione. Ha molta più forza di un pamphlet a cui si getta un’occhiata per poi buttarlo via. E la poesia è l’essenza di tutto. Spesso vedo fotografi che esaltano la stranezza o la goffaggine di una certa scena credendo che la poesia sia quella. Non è così. La poesia contiene due elementi che entrano di colpo in conflitto, è una scintilla tra due elementi. Ma si offre molto di rado e non si può andare a cercarla. È come cercare l’ispirazione. No. La poesia arriva, solo se fai di tutto per arricchirti e se vivi fino in fondo, immergendoti anima e corpo nella realtà. Se vado da qualche parte, spero sempre di ottenere la fotografia di cui diranno: "Questa è la verità. Ha proprio visto giusto". Ma allo stesso tempo non sono un analista politico, e tanto meno un economista. Non so far di conto. Sono ossessionato da una cosa sola, il piacere visivo. La mia gioia più grande è la geometria, cioè la struttura. Non è che vada alla ricerca di una struttura, di forme, motivi o cose del  genere quando fotografo, ma provo un piacere sensuale, e al tempo stesso intellettuale, quando vedo che ogni cosa è al posto giusto. E il riconoscimento di un ordine che appare sotto ai tuoi occhi. E infine - ma questo è solo il mio modo di sentire -, amo scattare. Essere presente. È come dire: "Sì! Sì! Sì!", come le ultime tre parole dell’Ulisse di [James] Joyce. Non ci sono "forse". Bisognerebbe gettare tutti i "forse" nella spazzatura. Perché è tutta questione di un istante. È un momento. Una presenza. C’è o non c’è. E dire "sì!" è un piacere meraviglioso. Anche se è qualcosa che detesti. "Sì!" è un’affermazione.

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